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E-car europea: tra retorica green e industria in affanno

La “e-car” scatena nuove polemiche tra visioni green, interessi industriali e sfide geopolitiche

Nel suo discorso sullo stato dell’Unione, Ursula von der Leyen ha tracciato una rotta ambiziosa per il futuro dell’auto europea. Eppure, dietro i toni rassicuranti e le parole chiave ben scelte — ecologica, economica, europea — si nasconde un fronte di polemiche sempre più acceso. La presidente della Commissione Europea ha promesso una “e-car” per tutti: pulita, leggera e prodotta nel Vecchio Continente, ma il progetto solleva più di una perplessità.

Una visione “verde” che divide

Non possiamo lasciare il mercato in mano alla Cina”, ha dichiarato von der Leyen, riferendosi al dominio asiatico nel mercato delle auto elettriche. Tuttavia, per molti analisti il problema è già cronico: la Cina controlla oggi oltre il 70% della filiera delle batterie, dai materiali grezzi fino all’assemblaggio finale. Il nuovo “Battery Booster” — un pacchetto da 1,8 miliardi per potenziare la produzione europea di batterie — sembra più una risposta tardiva che una strategia risolutiva.

Inoltre, c’è chi accusa Bruxelles di inseguire un modello “green” scollegato dalla realtà socio-economica di milioni di cittadini europei, costretti a fare i conti con prezzi ancora troppo elevati delle vetture elettriche e una rete di ricarica inadeguata. Il sogno della e-car “alla portata di tutti” rischia così di restare una promessa elettorale.

Elettrico obbligato? L’industria alza la voce

Mentre la Commissione continua a spingere sull’elettrificazione, l’industria automobilistica europea è divisa. Da una parte ci sono i colossi che hanno già investito miliardi nella transizione, dall’altra le piccole e medie imprese che faticano a tenere il passo e temono per la sopravvivenza. La concessione di una maggiore flessibilità sugli obiettivi di emissione al 2025 ha sì placato temporaneamente gli animi, ma non ha cancellato il problema di fondo: l’auto elettrica non è ancora un modello di massa, né per i produttori né per i consumatori.

Il riesame del ban alle auto termiche previsto per il 2035 — confermato da von der Leyen — è l’ennesima prova che la “transizione ecologica” rischia di deragliare se non supportata da una strategia concreta e realistica. E intanto aumentano le pressioni dei governi nazionali e dei sindacati per salvare i posti di lavoro nei comparti legati ai motori a combustione interna.

Europa a due velocità

L’obiettivo di una mobilità “made in Europe” appare nobile, ma la realtà dei fatti mostra un continente spaccato in due. Da un lato le nazioni più ricche, già avanti nella transizione elettrica. Dall’altro, gli Stati dell’Est e del Sud Europa, dove la penetrazione delle e-car è ancora marginale e le infrastrutture scarseggiano. Come si potrà garantire un accesso equo a questa “nuova mobilità”, senza creare nuovi divari sociali e geografici?

Dietro le quinte: lobby e pressioni

Infine, non manca chi vede nell’iniziativa per la “e-car europea” l’ennesimo favore a determinate lobby industriali. In un momento in cui si parla di “autonomia strategica” e “sovranità industriale”, alcuni temono che si stia sacrificando la concorrenza e l’innovazione sull’altare della politica.

Chi beneficerà davvero della nuova e-car europea? I cittadini, l’ambiente o i grandi gruppi industriali che da anni dialogano a porte chiuse con Bruxelles?

L’idea di una e-car europea, ecologica, economica ed europea, suona bene. Ma tra annunci e realtà c’è un abisso. La presidente von der Leyen ha dato un segnale chiaro, ma per ora le risposte concrete restano poche. E le polemiche, tra ambientalismo, economia e geopolitica, non fanno che aumentare.

La rivoluzione verde dell’auto è iniziata. Ma il percorso, per l’Europa, è tutt’altro che lineare.

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