
Dopo anni di crescita vertiginosa, il car sharing sembra aver perso slancio. Sembrava il simbolo della mobilità del futuro: sostenibile, economico e smart. Eppure, oggi arranca. Come si è passati dal boom alla battuta d’arresto?
Dal sogno green al rallentamento urbano
Negli anni 2010, il car sharing sembrava la soluzione ideale per le città: meno auto di proprietà, meno traffico, meno inquinamento. I cittadini sembravano pronti a rinunciare al possesso in favore del servizio. E i numeri lo confermavano: nel 2014 gli utenti crescevano del +21% l’anno, nel 2018 i viaggi erano raddoppiati rispetto al 2015, e nel 2021 si contavano 35 milioni di spostamenti in mobilità condivisa.
Milano era la capitale europea del settore, e il fatturato delle aziende di car sharing in Italia raggiungeva 130 milioni di euro.
2024: Il brusco risveglio
Ma dal 2022 in poi, la crescita si è fermata. Nel 2024, il numero di noleggi è sceso a 4,2 milioni, meno della metà rispetto al pre-Covid. Le flotte si sono ridotte del 5,7%, e il 50% dei veicoli risultava indisponibile a causa di furti e vandalismi.
Gli utenti attivi? Solo 330.000 in tutta Italia, concentrati quasi esclusivamente a Milano e Roma. Aumentano leggermente (+10%), ma troppo poco per parlare di ripresa.
Un nuovo utilizzo: più noleggio che condivisione
Secondo il Rapporto Aniasa, anche il modo di usare il car sharing è cambiato. Oggi le persone noleggiano per periodi più lunghi: 126 minuti in media e 18 km percorsi, con un aumento del +32% rispetto all’anno precedente. In pratica, sta diventando un noleggio breve urbano, più che una soluzione per spostamenti veloci e occasionali.
L’utente tipo? Uomo (66%), tra i 25 e i 35 anni, residente a Milano o Roma, senza auto privata, ma con esigenze specifiche che vanno oltre il semplice tragitto casa-lavoro.
E nelle aziende? Sta diventando navetta interna
Anche nel mondo aziendale il car sharing cambia volto. Secondo una survey del 2023, oltre il 60% delle aziende italiane aveva adottato soluzioni di mobilità condivisa, ma oggi molte le usano solo come navette interne, con microcar elettriche per spostarsi dentro il perimetro aziendale.
L’idea originale di corporate car sharing, con veicoli condivisi tra dipendenti, è ormai un’eccezione.
Le cause del declino, secondo gli esperti
Per capire cosa non funziona più, abbiamo guardato alle parole di Luigi Licchelli, Senior Regional Business Development Manager Italia di Free2Move e presidente di Assosharing:
“Il car sharing deve affrontare elevati costi operativi, normative fiscali complesse e ostacoli infrastrutturali. È difficile crescere in queste condizioni”.
Tra i problemi più critici:
- Parcheggi dedicati insufficienti
- Mancanza di colonnine di ricarica per veicoli elettrici
- Restrizioni locali severe, che limitano le aree di attività
- Tassazione penalizzante, senza incentivi né per utenti né per operatori
Assosharing chiede da tempo l’estensione dell’IVA agevolata al 10% anche per il car sharing (oggi riservata a taxi e trasporto pubblico), ma finora senza successo
Il car sharing non è morto, ma sta cambiando pelle. È meno uno strumento di mobilità quotidiana urbana, più una soluzione per esigenze specifiche e prolungate. Ma così facendo, rischia di perdere il suo spirito originario.
Per rilanciarlo servono regole più chiare, incentivi mirati, e un investimento serio in infrastrutture. Altrimenti, da promessa della mobilità del futuro, resterà solo un servizio di nicchia.










